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A' Taverna (la taverna)



taverna I contadini che producevano una quantità di vino eccedente il fabbisogno familiare erano soliti allestirne la vendita al minuto.
Per rendere nota alla popolazione l’apertura dello spaccio, ci si affidava al banditore, che si preoccupava di diffondere la notizie per le vie del paese, improvvisando al momento simpatici versi a corredo dell’annuncio:
“ pe nu bell b’cchier r’ vin, n’do V’c’nzin Mian, affront’ a’ l’arc r’ Cutin”.
Il produttore di vino allestiva per l’occasione la sua cantina, fornendola di un discreto numero di ciotole, “rizzulli”, “rizzuliegghj”, bicchieri e panche, per poter accogliere degnamente gli avventori.
Quando si dava inizio alla vendita (“m’ttia man’“) di solito si posizionava davanti alla porta la “frasca” (un ramoscello di olivo), una bottiglia di vino e, di sera, una lanterna accesa.
Tale segno si rendeva inutile quando il vino era particolarmente buono e pertanto veniva venduto molto rapidamente (“il vino buono si vende senza frasca”).
La sera gli amici e i conoscenti dell’oste si recavano presso la sua grotta non solo per mangiare un pezzo di formaggio, del finocchio o delle sarde, irrorati da abbondanti quantità di vino, ma anche per fare una partita alla morra o “au patron” (in cui chi ess’ patron beve tutto il vino messo in gioco).
Molto frequentemente gli avventori lasciavano la cantina ubriachi fradici, a stento in grado di ritornare a casa (del resto, “si u’munn’ eia tunn’, casa adda passà ra’ qua”).
Come le cantine, neanche le locande erano permanenti, ma improvvisate in particolari circostanze, quali le fiere annuali: il viandante poteva riconoscere le case che fornivano tale servizio da un mazzo di peperoncini secchi ed una lanterna appesi fuori dalla porta.

Acc’ acc’
che bell vin chi sacc’.
R’sponn lu f’nucchij:
si l’appur ij m’lu vev’ ‘nda nu surchij.

Acc’ acc’
che bella vepp’ta m’facc’.
Ric’ lu f’nucchij:
roie vepp’t ‘nda nu surchij.

Rice lu rafaniedd:
so’ p’v’riedd
ma cu n’picca r’pan e r’cas
che bella vepp’ta m’tras’.

Rizzul’ mio benign
Sì r’creta e n’n si r’legn
Cum nu sant io t’adoro;
n’n t’lass si n’n t’scolo.

Cicci’ muort;
p’l’an’ma r’li muort
cicci’ aggragghiat’
p’l’an’ma ri’ malat.




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cantata taverna osteria





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