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U' Scarpar' (il calzolaio)



il calzolaio Non mancavano a Calitri dei bravi calzolai capaci di fabbricare, ma soprattutto di riparare le scarpe dei calitrani, i quali a tutto potevano rinunciare tranne che ad un paio di scarpe in buone condizioni.
Pochissime persone, tuttavia, potevano permettersi le scarpe in vitello o capretto, per cui la maggior parte del lavoro del calzolaio consisteva nella riparazione della scarpa "a cuturr’", alta ed allacciata con tomaia in vitello e suola in cuoio.
Queste calzature venivano usate anche durante i lavori nei campi e pertanto venivano rese più robuste e meno scivolose, inchiodando sotto le suole delle file di "tacce" (chiodi corti con la capocchia larga).
I calzolai lavoravano perlopiù su ordinazione: in base alle misure che prendevano al piede del cliente sviluppavano i modelli di carta, da cui ricavavano, successivamente, le tomaie che montavano sulle forme; procedevano poi ad assemblare la suola ed il tacco: a questo punto non restava altro che fare le dovute rifiniture.
Capitava a volte che i calzolai più astuti richiedessero a qualche ingenuo cliente un grosso pezzo di prosciutto con il pretesto di doversene servire per rendere le scarpe stridenti " cu ‘u strzz’ch’ " : in realtà il prosciutto veniva consumato dal calzolaio in compagnia dei suoi amici.

Lu scarpar’ furbacchion
Fac’ lu tacch’ r’ carton!




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