Il “ramaro” lavorava il rame, realizzando “callare”, “callarucci”, “tian’”, “ruot’”, nonché imbuti per acqua, vino, olio, e forgiava inoltre “fusine” (contenitori per olio).
La “callara” veniva realizzata con la “rama forgiata” che assumeva il tipico colore rosso, al termine dei vari processi di lavorazione a cui veniva sottoposta (in particolare dopo l’immersione in acqua).
Per modellarne il bordo si usava quel particolare martello detto “luong’ ‘e vocca” in napoletano, mentre per lavorarne il fondo si usava il martello di legno rotondo.
La “callara” da mettere sulle “fornacelle” si realizzava spesso con fogli di rame saldati con borace ed ottone; dopo la saldatura si procedeva alla battitura con il martello.
Molto spesso l’abilità di questi artigiani consentiva loro di lavorare anche la lamiera zincata, per la costruzione di grondaie; nel lavorare tale materiale il “ramaro” faceva uso di acido muriatico vergine per la saldatura, mentre per lavorare la latta bianca mescolava a tale acido lo zinco, che, sciogliendosi nell’acido, formava una sostanza pronta a saldare.
Per realizzare i “chijvett’” (piccoli chiodi) il “ramaro” usava un pezzo di latta o zinco, o ancora rame, infilandolo dopo averlo modellato nella “chijvera”, battendolo fino ad ottenere la forma desiderata.