A' p'tuara (la bottegaia)
Nei vicoli di Calitri vi erano delle piccole botteghe che vendevano generi alimentari provenienti da fuori paese. Gli alimentari dell’epoca non avevano il grande assortimento di quelli contemporanei, poiché ognuno nel proprio orticello coltivava quanto di bisogno per la propria famiglia.
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U' Sp'zial' (il farmacista)
In caso di malattia si faceva spesso ricorso alla "medicina naturale" e più raramente al farmacista (u’sp’zial’) che era in grado di diagnosticare la malattia e di preparare sul momento il medicinale opportuno. Il farmacista, che agli occhi di comunità così semplici appariva come una sorta di alchimista o di mago, assolveva il suo compito, utilizzando con sapienza e soprattutto con esperienza le erbe ed i medicinali, posti in grandi barattoli, bene in vista sugli scaffali della sua bottega, completata da un bancone su cui era in evidenza una bilancia di precisione, mentre nel retro si celavano una serie di ampolle, di alambicchi e di fornellini.
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U' Scarpar' (il calzolaio)
Non mancavano a Calitri dei bravi calzolai capaci di fabbricare, ma soprattutto di riparare le scarpe dei calitrani, i quali a tutto potevano rinunciare tranne che ad un paio di scarpe in buone condizioni.
Pochissime persone, tuttavia, potevano permettersi le scarpe in vitello o capretto, per cui la maggior parte del lavoro del calzolaio consisteva nella riparazione della scarpa “ a cuturr’ “, alta ed allacciata con tomaia in vitello e suola in cuoio.
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U' Fotograf' (il fotografo)
All’inizio di questo secolo fecero la loro comparsa a Calitri le prime macchine fotografiche. Prima di allora per conservare un’immagine di sé ci si rivolgeva ad abili ritrattisti, in grado di riprodurre fedelmente i lineamenti del volto con un semplice lapis.
Con l’avvento delle prime macchine fotografiche, furono aperti i primi laboratori di fotografia, che ci hanno lasciato una memoria visiva della Calitri di un tempo. Negli album di famiglia non è difficile trovare le foto del nonno in divisa militare a Calitri in occasione di una licenza, l’immagine sbiadita delle nozze dei nonni e, perché no, l’intero gruppo di famiglia.
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U' Spacca pret' (lo scalpellino)
Negli anni passati, in particolare fino a cinquanta anni fa, la pietra era la materia principe nella realizzazione di moltissimi lavori artigianali, anche per uso domestico.
Lo scalpellino, a partire da blocchi di pietra grossolani, con grande abilità ed attenzione realizzava portali con decorazioni più o meno elaborate a seconda della spesa che poteva sostenere l’acquirente.
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Tessitrici
Le tessitrici svolgevano la loro attività nelle proprie abitazioni, badando così anche alle faccende domestiche.
Il telaio, date le sue dimensioni, occupava gran parte della stanza, tanto che i filati ed i tessuti erano ammucchiati da un lato, mentre dall’altro erano allineati i lizzi, i pesi ed i pettini.
Nonostante l’ambiente di lavoro fosse ridotto, la casa della tessitrice era frequentata da molte ragazze; alcune dedite all’apprendimento dell’arte, altre intente a curare il proprio corredo in allestimento.
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U' Fal'gnam' (il falegname)
I falegnami erano, tra gli artigiani, senza dubbio la categoria più rispettata, in quanto, oltre a saper leggere e scrivere, erano a conoscenza di nozioni di aritmetica, geometria e fisica.
Il loro lavoro consisteva principalmente nella costruzione di mobili e suppellettili che, benché all’apparenza semplici, richiedevano particolari cure, anche in virtù della povertà degli strumenti a disposizione; i falegnami più abili, poi, erano anche in grado di costruire e riparare botti.
La bottega del falegname era rifornita di una discreta scorta di legname, in parte depositato anche all’esterno della stessa.
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U' Ramar' (il ramaio)
Il “ramaro” lavorava il rame, realizzando “callare”, “callarucci”, “ tian’ ”, “ ruot’ ”, nonché imbuti per acqua, vino, olio, e forgiava inoltre “fusine” (contenitori per olio).
La “callara” veniva realizzata con la “rama forgiata” che assumeva il tipico colore rosso, al termine dei vari processi di lavorazione a cui veniva sottoposta (in particolare dopo l’immersione in acqua).
Per modellarne il bordo si usava quel particolare martello detto “luong’ ‘e vocca” in napoletano, mentre per lavorarne il fondo si usava il martello di legno rotondo.
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U' Vardar' (il sellaio)
Quest’abile artigiano realizzava il basto (“a’ varda”) per gli asini.
Una delle materie prime utilizzate per la fabbricazione del basto erano “ i curm’ “ le stoppie d’avena), che venivano estirpate dai terreni appena mietuti, sia propri che di parenti ed amici. L’approvvigionamento di tale materiale era del tutto gratuito, anzi era considerato addirittura un servigio poiché in tal modo si effettuava anche la pulizia del terreno mietuto.
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U' barbier' cus'tor' (il barbiere-sarto)
Il mestiere del sarto ( “cus’tor”), per quanto fosse ben apprezzato, non era molto redditizio, dato che, a quei tempi, i più fortunati si facevano confezionare al massimo due o tre abiti nell’intero arco della propria esistenza: tale ragione spingeva molti “cus’tur” ad abbinare al mestiere di sarto anche quello di barbiere, entrambi mestieri di forbici.
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U' Furn' (il forno)
Nella Calitri del primo Novecento si contavano numerosi forni pubblici.
Il forno era affidato alle cure attente della fornaia, che non solo si preoccupava di assicurarne l’organizzazione, ma decideva il numero delle infornate che variava secondo le stagioni. D’estate, essendo le giornate più lunghe, si cominciava presto; di solito verso le tre del mattino e il numero dei forni variava dai quattro ai tre. D’inverno era raro arrivare a tre forni al giorno.
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A' S'r'nata (la serenata)
Dopo la “masciàta”, avuta risposta affermativa dalla desiderata sposa e dalla sua famiglia, il pretendente dedicava alla giovane appassionate serenate. Insieme ai suoi migliori amici, infervorati da qualche bicchiere di buon vino, si recava dinanzi la casa della sposa, cantando improvvisati versi amorosi: “i s’niett” che esaltavano le virtù della giovane.
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L’appriezz’ r’i’pann’ (la stima del corredo)
Era un cerimoniale in uso fino a pochi anni fa ed avveniva tre giorni prima del matrimonio. Si riunivano a casa della sposa le donne delle famiglie dei futuri sposi. Gli unici uomini ammessi a tal evento erano il padre della sposa e lo sposo.
Alla presenza di un’esperta ricamatrice, che era in grado di stimare il valore del tovagliato, era stilata una lista dettagliata di tutto il corredo con il rispettivo valore.
La madre dello sposo cercava di ottenere qualcosa in più e nello stesso tempo tendeva a sottostimare il valore del corredo. Ella era ben accorta a che fosse dato in dote alla futura nuora tutto quello che era stato pattuito durante la “parlata”.
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A' Parlata
In una vita fatta solo di sacrifici, il matrimonio rappresentava sicuramente il momento più importante per i giovani calitrani.
Non sempre era l’amore a far decidere per il “grande passo”, anzi il più delle volte erano le famiglie a concordare il matrimonio, influenzate soprattutto dal lato economico, per cui era frequente che la cosa assumesse l’aspetto di pura convenienza (non era raro il caso in cui si combinavano matrimoni tra cugini, in modo da conservare integro il patrimonio di famiglia, pagando l’indulgenza al prete, che concedeva il permesso di sposarsi tra parenti).
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A’ taverna (la taverna)
I contadini che producevano una quantità di vino eccedente il fabbisogno familiare erano soliti allestirne la vendita al minuto.
Per rendere nota alla popolazione l’apertura dello spaccio, ci si affidava al banditore, che si preoccupava di diffondere la notizie per le vie del paese, improvvisando al momento simpatici versi a corredo dell’annuncio:
“ pe nu bell b’cchier r’ vin, n’do V’c’nzin Mian, affront’ a’ l’arc r’ Cutin”
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