Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 a Calitri si scatenarono una serie di epidemie, che decimarono la popolazione in poco tempo. La causa maggiore del susseguirsi di queste epidemie va ricercata soprattutto nella scarsa igiene e nelle precarie condizioni di vita in cui vivevano la maggior parte dei calitrani.
Le abitazioni erano quasi sempre delle grotte scavate nel tufo, nelle quali la scarsità di luce, l'umidità e la convivenza con gli animali, avevano un effetto devastante sulla salute dell’uomo.
Difficilmente ci si rivolgeva al medico per curarsi, non potendo pagare una quota annua per l’assistenza, per cui spesso si ricorreva ad una medicina naturale, che faceva uso di rimedi semplici e facilmente accessibili, dettati dall’esperienza dei più anziani, anche se spesso si rivelavano inefficaci se non addirittura dannosi, soprattutto quando i consigli traevano giustificazione da assurde superstizioni ed infondate credenze.
Molto più frequentemente ci si rivolgeva direttamente al farmacista (u’sp’zial’), in grado di diagnosticare la malattia e di preparare sul momento il medicinale opportuno. Il farmacista, che agli occhi di comunità così semplici appariva come una sorta di alchimista o di mago, assolveva il suo compito, utilizzando con sapienza e soprattutto con esperienza le erbe ed i medicinali, posti in grandi barattoli, bene in vista sugli scaffali della sua bottega, completata da un bancone su cui era in evidenza una bilancia di precisione, mentre nel retro si celavano una serie di ampolle, di alambicchi e di fornellini. Contrariamente a quanto avveniva nelle altre botteghe, in cui era normale che la merce o la prestazione non venisse pagata all’istante, ma in un secondo momento, nella bottega del farmacista era d’uso pagare tutto sul momento, a costo di fare debiti.