I falegnami erano, tra gli artigiani, senza dubbio la categoria più rispettata, in quanto, oltre a saper leggere e scrivere, erano a conoscenza di nozioni di aritmetica, geometria e fisica.
Il loro lavoro consisteva principalmente nella costruzione di mobili e suppellettili che, benché all’apparenza semplici, richiedevano particolari cure, anche in virtù della povertà degli strumenti a disposizione; i falegnami più abili, poi, erano anche in grado di costruire e riparare botti.
La bottega del falegname era rifornita di una discreta scorta di legname, in parte depositato anche all’esterno della stessa.
A differenza di altre, le botteghe dei falegnami erano poco frequentate, in quanto il rumore assordante degli attrezzi da lavoro impediva la conversazione.
Il falegname si trovava spesso a lavorare in collaborazione con il fabbro, rapporto non sempre idilliaco ( non era raro lo scambio di accuse tra gli artigiani per eventuali difetti riscontrati a lavoro ultimato): per tale motivo i falegnami erano spesso oggetto di sfottò da parte dei fabbri.
Tra i falegnami più famosi si ricordano:
Pasquale Abate (Abbat)
Emidio Tornillo (P’stier)
Giuseppe Cicoira (Mastron)
U’ mastr’ fal’gnam
Tutt’ lu iuorn’ alliscia alliscia
S’ r’tira a’ la via r’ la casa
Cu’ la panza moscia moscia
Seca seca, mast, seca
Tira e molla fin’ a chi è nott’
Semp’ chiusa la p’teia
Cum’ foss’ na grotta.
Mo’ s’arranza na’ signora:
Sagli ‘ngoppa, secatore!
Seca tu, ca sec’ ij
Secam nziem, signora mia.
Quant’ è brutta l’arte ‘nfame
Lu m’stier r’ lu fal’gnam!
Seca seca e semp’ seca
Tira e molla fin’ a chi è nott’.